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Presidente 2011/2012
Terenzio Motta
Segretario
Gabriele Pavani
Tesoriere
Marcello Brunetti
Prefetti
Massimo Favarato e Paolo Fabbri
I primi 4 Lunedì del mese ore 20,30 presso Ristorante "Da Giuseppe" Viale Carducci 26, 44034 Copparo - Tel. 0532 860042

Premio Romano Nicoli


Romano Nicoli

(Gaverina, 29-2-41 Corlo di Ferrara, 8-9-93)

Un autentico imprenditore, del settore agricolo e commerciale.

Operava nel lavoro, come nella vita privata, sempre con uno spirito rivolto al rispetto dei valori umani e della tolleranza, sempre disponibile per capire ed aiutare con autentici gesti di generosità il prossimo, senza distinzione alcuna.

Un uomo di fede, un rotariano che ha saputo plasmare sentimenti ed etica in un sodalizio vero, concreto, lasciando in ognuno che l'ha conosciuto un indimenticabile ricordo ed una struggente amarezza per la prematura scomparsa.



Una serata senza sbadigli

   Una sera pervasa dall'intimità incoraggiante che scioglie i pensieri, appena mortificata dall'assenza di alcuni Soci, bloccati nelle loro case da una nebbia tanto densa che la potevi afferrare. Ed è stato un vero peccato perchè nella nuova sala per le conferenze del ristorante "Da Giuseppe", ancora segnato dai fasti del recente interclub che ha avuto come relatore l'ng. della Ferrari Luca Baldisseri, si è celebrato il rito del Premio dedicato a Romano Nicoli. Per una riuscita alchimia,  il significato simbolico e scientifico si sono fusi in un amalgama perfetto; abbiamo passeggiato su di un ponte teso tra il ricordo del passato e il futuro rappresentato dal giovane Alessandro Nerini, vincitore del premio

PREMIO 2002

Vincitore: Alessandro Nerini


Copparo, Lunedì 28/01/2002

Premio Romano Nicoli

   Relatori, in ordine di apparizione, sono stati l'ing. Sergio Benini, il prof. Giovanni Panatta, la dott.ssa Marilena Marzola e il dott. Vittorio Capatti. Ospiti fondamentali, per la pazienza che ci hanno concesso nella ricerca dei candidati  e ai quali attribuirei gran parte del successo dell'iniziativa, sono stati il dott. Antonio Faggioli e la dott.ssa Mattioli, Preside dell'Istituto Navarra.

   Non me ne voglia l'amico Sergio per averlo coinvolto, proprio all'ultimo minuto, in questa vicenda. L'ho chiamato al cellulare, probabilmente mentre tornava da un'isola della laguna di Venezia, che sia lui che la moglie Laura amano tanto da averci creato un rifugio per le nostalgie e gli amici. Gli ho chiesto di parlarci di Romano Nicoli perchè mi sono reso conto che ormai sono  pochi, tra di noi, quelli che  l'hanno conosciuto e Sergio mi ha risposto che avrebbe guardato tra le sue carte con l'intenzione di trovare qualche cosa. Quella incertezza di un attimo e quella prudenza nascondevano probabilmente il timore che la memoria, che fa riaffiorare ricordi anche dolorosi, fosse sopraffatta dalla commozione.

    E ne è uscita la descrizione delicata e affettuosa di Romano, un grande amico scomparso.

Romano Nicoli
nei ricordi di Sergio Benini

Ricordare Romano non è difficile poiché significa esprimere e partecipare a tutti quel grande patrimonio di umanità che Romano ci ha lasciato nel corso degli anni passati insieme.
Quando nel lontano 1988 ci presentarono per la costituzione del nostro attuale sodalizio, confesso che rimasi alquanto perplesso nel vedere il suo atteggiamento così disinvolto ed anticonformista.
Mentre osservavo il maglione che indossava sotto un sorriso irresistibile ed alla presenza di impettiti ed impeccabili funzionari dell'organizzazione Rotare, qualcuno mi spiegò che si trattava di un imprenditore di successo trapiantato dalla Lombardia sul nostro territorio.
Archiviai tale informazione nella mia mente senza commentare ma continuamente quel giorno ed anche i giorni successivi mi veniva da chiedermi chi fosse veramente quello strano personaggio che dispensava amicizia e disponibilità a tutti, anche a quelli che aveva appena conosciuto e che mescolava battute ferraresi imperfette al suo normale accento bergamasco.
Negli incontri rotariani che iniziarono con regolarità sotto la mia presidenza ebbi modo di osservarlo meglio sia nei comportamenti sia nella sostanza del suo pensiero.
Mi attraeva in particolar modo il suo sorriso aperto ed accattivante, la sua gioia palese di appartenere ad un gruppo di quel genere, la sua grande attenzione nell'ascoltare gli altri, con rispetto ed ammirazione ma senza sudditanza, per poi mettere a disposizione le sue competenze e molto spesso anche i suoi mezzi.
A poco a poco mi feci l'idea che lui fosse il compagnone che tutti noi vorremmo avere, l'amico di tante bevute, con la battuta sempre pronta, qualcuno su cui puoi contare per una necessità o a cui puoi affidare un segreto, ma mi riusciva difficile inquadrarlo nel suo ruolo di imprenditore, così come mi era stato descritto.
Mi sbagliavo decisamente, poiché quando successivamente le discussioni rotariane si fecero più specifiche e professionali, Romano non rimase mai ai bordi della discussione ma ripetutamente palesava una naturale capacità di analizzare i problemi, di trovare soluzioni pragmatiche e non conflittuali e, quel che più conta, di orientare le scelte di gruppo.
Anche dopo una lunga discussione fra soggetti che esprimevano pareri diametralmente opposti, Romano ci offriva alla fine una soluzione conciliante ("...ma perché non c'abbiamo pensato prima?!?!?") e verso la quale non era difficile convergere.
La sua leadership era naturale e forte e ciò arricchiva enormemente il gruppo; la sua intelligenza era viva, almeno quanto il suo sorriso!

Negli anni che seguirono lui volle raccontarmi di più di se stesso, dei suoi progetti imprenditoriali e di come gestiva (o gli sarebbe piaciuto gestire) i suoi affari.
Dalle confidenze che mi faceva capivo che mi stimava profondamente, e per questo gli ero grato, ma sostanzialmente comprendevo che lo avevo abbondantemente sottovalutato e che tutti, me compreso, avevamo molto da imparare da lui, dalla qualità strategica del suo pensiero al pragmatismo della sua azione, dalla disponibilità incondizionata al rigore ed alla tenacia con cui perseguiva i suoi progetti imprenditoriali, dall'amicizia profonda che ci offriva alla comprensione per le debolezze degli uomini.
Capimmo ben presto tutti che averlo nel nostro gruppo era una cosa preziosa e qualificante; e così volarono via anni ricchi di cose pensate e fatte, progetti realizzati insieme, feste rotariane nella sua casa sempre aperta, con lui che diventava sempre più copparese (ne andava orgoglioso) e noi che cercavamo di diventare sempre più uguali a lui.
E poi l'azienda, la sua azienda, ancor oggi un modello di riferimento per la comunità imprenditoriale.
Scorrevi velocemente, in macchina, filari perfetti ed ordinati di alberi da frutto ed ogni volta l'occhio indugiava su spazi sempre crescenti via via occupati dalle colture e passando potevi respirare un'aria di serenità, di efficienza e di armonia, ed alla fine ti stupivi di come fosse possibile ricercare il profitto salvando tutto questo!
Poi, come un giorno di sole viene oscurato da nubi temporalesche, la notizia della sua malattia e del lungo calvario che lo attendeva, ospedali, analisi cliniche, referti, interventi chirurgici, ...speranze!
Nel dolore profondo in cui tutti fummo precipitati e nei tentativi di alleviargli le pene, Romano riuscì a stupirmi ancora.
Tra cateteri e drenaggi vari, non smise mai di parlare di noi, di cercarci, di informarci su come stava conducendo la sua battaglia, delle scarse speranze vincerla che nutriva e di come si sforzava di fare apparire il contrario, di come anche il male sia una parte della vita da accettare con serenità e con forza, di cosa avrebbero dovuto fare sua moglie Tina ed i suoi figli quando lui non ci sarebbe più stato, e poi "...il Rotary?, ...come va?, ...cosa state facendo?!

Per tutto questo quindi, ribadisco che nono è difficile ricordare Romano poiché è difficile dimenticarlo insieme all'insegnamento di generosità che ci ha lasciato ed a cui cerchiamo di ispirarci.
Se da qualche parte lui potrà sentirci o vederci, saprà di certo che sua moglie ed i suoi figli stanno facendo tutto e di più di quello che lui avrebbe immaginato e che i suoi amici sono ancora qui che pensano a lui.



   Quindi ha preso la parola il prof. Giovanni Panatta, solido mattatore con l'aspetto di austero senatore, mitigato da quel poco di cadenza romanesca che gli è rimasta appiccicata alla lingua, abile e accattivante nell'approccio con le persone e con gli argomenti. Il tema da lui trattato è stato "piante transgeniche tra rifiuto e accettazione" ed  ha suscitato un interesse tanto partecipato da rendere tangibili gli umori dei presenti.
   Di OGM quindi si è parlato, cioè dei famigerati Organismi Geneticamente Modificati; OGM buoni o cattivi; Frankestein pericolosi perchè possono sfuggire ad ogni controllo, diffondendo infestanti e incontrollabili geni trasgressivi e  modificando definitivamente il quadro biologico del pianeta; OGM come strumenti delle perfide multinazionali biotech che, applicando i loro brevetti, diverrebbero padrone del mercato mondiale dell'agricoltura; OGM contrapposti ad  alimenti inquinati dai pesticidi; OGM come soluzione ai problemi della fame nel mondo; OGM e Cina; OGM facile prodotto di laboratori da sottoscala; OGM, OGM, OGM ...

    OGM usati invece nella  produzione di nuovi farmaci, mentre vengono temporaneamente bloccati i processi finalizzati alla nutrizione.

   Interessante è la scelta di attendere che si  stemperino le polemiche e si creino le premesse al consolidarsi della logica scientifica, ma, per non penalizzare alcun Paese, tale scelta dovrebbe essere estesa al mondo intero, ed è facile immaginare come questo sia irrealizzabile. Pertanto la gran parte degli uomini di scienza guarda con maggiore favore ad uno sviluppo, seppure controllato, di queste tecnologie.

   Da sempre l'uomo e in modo molto più drammatico, ha alterato il paesaggio, selezionando pochissime specie di piante che gli sono utili, senza per questo aver provocato disastrosi sconvolgimenti nell'ecosistema. I nostri giardini, dove sacrifichiamo la naturale tendenza ad attecchire di numerose piante ad un bisogno estetico, ne sono un emblema: le  poche piante cui concediamo asilo hanno la bellezza monotona e scontata di animali in uno zoo.

    Perciò la discussione deve svilupparsi e trovare compimento all'interno dei laboratori, delle aule universitarie e nei consessi  di scienziati prudenti. Altrimenti si ingenera una terribile confusione, per la quale ciascuno di noi si sentirà autorizzato ad intervenire nel processo decisionale.

   Qualche tempo fa, per l'intercessione di San Andrea Musi, ho potuto partecipare ad una discussione con Dario Fo, per l'appunto a proposito di OGM. Ricordo di essermi avvicinato con rispetto religioso mentre Lui, quando si accendevano gli spot delle televisioni, trovava lo spunto per esprimere antiche vivacità, per poi subito afflosciarsi, con la rapidità di quegli alberelli di Natale, che, agitati dai rumori, si bloccano quando c'è silenzio. Provai tristezza per questo disadattato alla ricerca di antichi consensi, che, mentre parlava, con lo sguardo da naufrago cercava conforto ed energia nella moglie Franca Rame. Gli era rimasta la presunzione stizzosa di un condottiero senza truppe, che, per esagerata passione, lanciava nella mischia quanto gli restava, cioè la sua immagine di Nobel, dimenticando che l'obiezione testarda agli OGM non può nascere da un desiderio romantico o da uno spunto letterario. Mentre intuivo la tristezza  di chi non vuole credere che la civiltà contadina sia ormai tramontata, pensavo che ciascuno deve recuperare il suo ruolo e nessuno, neppure un Nobel di cui l'Italia dovrebbe andare fiera, può permettersi di riproporre confusioni che nulla hanno di scientifico. 

   Uno spazio diverso, per non esagerare, in altra occasione riserverò all'intervento del dott. Vittorio Capatti, socio del nostro Club, e della dott.ssa Marilena Marzola. L'uno pragmatico, professionale, da subito in presa diretta con il giovane premiato, l'altra a parlarci dell'orientamento ai consumi alimentari nella Provincia di Ferrara. E, proprio la dott.ssa Marzola mi ha offerto lo spunto per un'ultima annotazione. Quando con malcelato orgoglio offriamo la nostra salamina ai "non ferraresi" non sempre ci rendiamo conto che ad alcuni imponiamo una sorta di tortura del palato e li vediamo spesso distrarre le labbra con una smorfietta, mai camuffata del tutto. Anche se quel gesto ci mortifica, lo sopportiamo perchè capiamo che quel sapore strano, intenso ed antico, appena addolcito dall'insipido purè di patate, deve entrare nelle papille e nel cervello insieme a quello del latte materno.

    Quello che non possiamo e non vogliamo sopportare, invece,  è che qualcuno pretenda di privarci dei cibi delle nostre arcaiche tradizioni o del nostro vino, quasi mai di pregio, ma che, per alcuni, in momenti molto particolari, diventa addirittura il sangue del nostro Redentore.

 

Umberto Zibordi



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